• Alessandra Bello

Castelletto, Via Ghedina


Entrando in sala operatoria, quel giorno di inizio giugno, ero convinta che stavo perdendo un sogno. Tutta la mia vita, per come la conoscevo e per come l’avevo costruita fino a lì, si era ribellata, rivoltata: tutto cambiava velocemente e si rivelava per quello che era. Ed ora anche questo.

Una infiammazione addominale, dovuta a vari fattori, fra i quali il forte stress di quegli ultimi mesi, mi aveva portata d’urgenza davanti a quelle porte.

Mesi dopo avrei capivo, con grande fatica, che non era la fine di un sogno ma di un illusione. E col senno di poi è stato meglio così.


La ripresa è stata veloce e dopo qualche settimana ero di nuovo sulla roccia riuscendo a chiudere un emozionante 6b+ in falesia. Le forze e la voglia stavano tornando. Ero raggiante.

Dovevo festeggiare il mio ritorno e la voglia di non chiudere la stagione senza aver mai visto montagna era davvero tanta.

Avevo bisogno di fare qualcosa che mi riportasse al centro di me stessa a ritrovare chi ero, e che mi riportasse sulle tracce del mio sogno per nulla sopito.

Non ebbi dubbi.

Ripensai ad uno dei diari che avevo letto che mi era echeggiato dentro per tanto tempo: La montagna che esplode di Schneeberger. Era là che volevo andare, al cospetto di pareti incredibili.


Io e C. saliamo in macchina una bella e calda giornata di settembre e ci dirigiamo a passo Falzarego: la via Ghedina al Castelletto ci aspetta.

Molte emozioni si accavallano: finalmente torno sulla roccia.

L’avvicinamento ci porta velocemente alla Forcella Col dei Bos dove ci accoglie un dedalo di postazioni e ricoveri. Una piccola “città” di pietra dove, come un preludio della Berlino della guerra fredda, si fronteggiavano vicinissimi italiani e austriaci.

Gli accessi al Castelletto potevano avvenire solo in due modi: da dietro (andando alla forcella fra Castelletto e Tofana, utilizzato dagli austriaci) oppure da davanti (usato dagli italiani, decisamente più complicato).

E Lei, la “Agosto” (“Scudo” per gli italiani), temutissimo posto di guardia italiano sulla parete della Tofana, ad un centinaio di metri sopra gli austriaci. Di giorno là era impossibile passare senza essere freddati all’istante.

Le movimentazioni di uomini sia da una parte che dall’altra, avvenivano quindi sempre di notte, con roccia scura e viscida. Spesso avvolti nella nebbia che aveva la consistenza di un muro. Spesso, senza accorgersi, si ritrovavano così vicini che le voci degli uni erano come proiettili per gli altri. E quindi: sparare, aprire, caricare, sparare. Terrore. Sei vivo. Pietrificato. Tutt’uno con quella gelida bellezza che e la roccia.

Arrivati all’attacco guardando verso la Val Travenanzes e l’imponente fortezza, quale è la Tofana di Rozes, ripenso a questi attimi lontani e non ultimo il continuo trivellare degli italiani che, come sul Col di Lana, avrebbe fatto decadere questa guglia allo stato attuale.



La luce pazzesca del mattino inoltrato mi riporta al presente, il cielo è blu cobalto e la roccia bianchissima è disegnata finemente dalle sue stesse ombre.

C. parte per primo, io non me la sento ancora. I tiri si susseguono uno dopo l’altro bellissimi. Sento il mio corpo che lavora, si scalda, si tende, si erge e alla fine si rilassa. L’emozione lascia spazio alla serenità e un sorriso attento mi si rivela in viso.

Alla fine, inaspettatamente sento che sono nel mio centro, e sono nel mio ambiente naturale: parto da prima e mi dirigo verso la frastagliata sommità del Castelletto.

Tutto parla di distruzione e disgregazione. Nulla è naturale qui.

Arrivo alla sosta finale e respiro l’aria tersa, fresca e piena di luce. Sono felice. Eccomi qui. Un punto nella storia.


Appena mi raggiunge C. ci attrezziamo per la doppia e velocemente siamo di nuovo ai piedi dei giganti. Altre postazioni si rivelano e la Agosto ci guarda temeraria.

La guardo. Sono dall’altra parte. Un punto nella storia.


Ringrazio queste cime per l’incredibile viaggio e ringrazio C. per aver creduto in me più di quello che io riuscivo a fare per me stessa.

Arrivati alla forcella ci buttiamo senza indugio giù di corsa per il sentiero; stanchi ed entusiasti il richiamo della birra è irresistibile!




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Se volete i dettagli tecnici della salita qui trovate la relazione. Buon viaggio! e al prossimo articolo!

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