• Alessandra Bello

Cima Cavallazza e Stoli della Cavallazza

Aggiornamento: 25 nov 2021


Si parte di mattino presto: abbiamo tanta strada da fare. Bisogna arrivare a Passo Rolle.

Mano a mano che ci avviciniamo al passo le temperature scendono: da primavera si fa sempre più inverno.

Quando scendiamo dalla macchina siamo investiti dall’aria fredda della quota. Finalmente si respira.

Ci dirigiamo con passo veloce (la neve è perfetta) verso i laghetti di Colbricon che ancora adesso sono semi nascosti dallo strato di ghiaccio celato dalla neve.

Sopra i laghetti si staglia il Colbricon, sicura prossima meta, che con la sua roccia nera, vulcanica ci colpisce con la sua silenziosa rudezza.

Ad ogni modo noi tagliamo a sinistra e ci dirigiamo sulla Cavallazza.

Da questo momento soffierà un vento freddo, gelido, fino alla fine che ci brucerà la pelle e a momenti ci frenerà.

La salita è breve rispetto a molti altri giri che abbiamo fatto, ma la neve e il vento che ci schiaffeggia rende tutto un po’ più lento. Ma stupendo.

Trincee e muri a secco affiorano dalla neve come ossa di dinosauri che affiorano nel deserto: tutto è così cristallino quassù. Passaggi e linee si rincorrono sulla cima della Cavallazza affacciandosi sulle Pale di San Martino che dall’alto delle loro altezze ci fanno comprendere cosa vuol dire Bellezza.

Ora ci aspettano gli Stoli. Scendiamo giù alla forcella e poi di nuovo su nella neve calpestata solo da qualche pernice e qualche camoscio.

Avanziamo assorti nei pensieri. Avanziamo nella luce abbacinante del sole e della neve. Tutto è bianco intorno a noi tranne qualche roccia nera (porfido) che sbuca qua e là ad indicare linee di trincea, tracce di sentiero e postazioni.



Il paesaggio intorno a noi è monocromo, bianco e nero, e bianchi e neri diventano le immagini di storia che si rincorrono nella nostra testa. E’ tutto così attutito e fermo. Il nostro respiro si confonde con il vento, così come il presente si confonde col passato.

Troviamo ricoveri, caverne, vere e proprie stanze scavate in questa roccia nera nata dal calore e dal fuoco ma che ora parla solo di gelo, di freddo e di neve.

Il vento continua a prendersi gioco di noi e per mangiare qualcosa cerchiamo riparo in una di queste caverne. Troviamo un posto ben riparato e anche colpito dal sole. Ci sediamo e la roccia è calda ed asciutta. Piacevole sensazione.

Finito velocemente di mangiare facciamo una ricognizione dei posti da esplorare prossimamente e ripartiamo. Il calore del sole improvvisamente scompare sotto il soffio gelido del vento: siamo usciti dal “nostro ricovero” e rientriamo in questo silenzio assordante.

Per la discesa decidiamo di seguire le linee di trincea, così che i nostri passi possano raccontare in questo biancore il passato: attraverso le nostre orme il paesaggio racconta. La neve evidenzia e nasconde parole e immagini. Tutto è lì per essere visto e compreso e noi cerchiamo di ascoltare ciò che il paesaggio ha da dire.

La discesa si fa piano piano lieve.

Arriviamo alla macchina che il sole sta per tuffarsi nel Colbricon.

Abbiamo la faccia bruciata dalla neve e dal vento, ma non potremo dimenticare ciò che abbiamo imparato oggi.



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Buon viaggio! e al prossimo articolo!

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