• Alessandra Bello

Col di Lana – Sief


Era una giornata di primavera che sembrava autunno. Il cielo era grigio e l’aria piena di umidità raffrescava le temperature costringendoci in un giacchino fuori stagione.

Io e C., assorti nei nostri pensieri, scivolavamo in macchina diretti verso una cima. La cima simbolo per eccellenza della Grande Guerra.

Arriviamo al sentiero con il cielo che andava infittendosi di nebbie e timidamente iniziava a lasciar cadere qualche goccia di pioggia.

Avanziamo silenziosi. Non c’è luce oggi. Tutto è grigio e apparentemente piatto.

Ad ogni passo mi chiedo cosa stiamo facendo, come mai stiamo continuando ad avanzare con una giornata così. Nonostante i pensieri continuiamo a mettere un passo avanti all’altro.

Dopo un breve avvicinamento arriviamo ai loro piedi. Laggiù, in fondo, le vediamo: il Col di Lana e il Sief, avvolte insieme nel grigio compatto, legate insieme come un'unica fortezza.


Mentre iniziamo a salirne le pendici fangose il cielo muta: da metallico si fa d’argento. Come per incanto tornano i colori.

La luce cambia e iniziamo a vedere i dettagli, oltre il fango, rocce e stratigrafie che disegnano i pendii.

Arriviamo in cima al Sief e leggiamo le pietre caotiche: tracce eclatanti dell’inferno di quei giorni.

Guardando questo frastuono penso: “che paura di cadere nella retorica, qui ogni passo è in bilico.” In bilico fra storia e retorica.

Camminando sulla comoda cresta verso il Col di Lana mi sfiora un altro pensiero: “Ho bisogno di liberarmi da questo confine così sottile che c’è fra storia e vuota retorica. Si. Forse ho bisogno di liberarmi. Di liberarmi e basta.”: Liberarmi. Volare. La libertà del volo.

Guardo verso il vuoto di fronte a me e penso che ci sono esperienze che semplicemente non si possono descrivere. Che in qualche modo non andrebbero vissute perché esse sono come è stato il sole per Icaro.

E i soldati, come moderni Icaro, una volta che hanno bruciato le loro ali, una volta che l’anima si è infranta, non torneranno più a volare. E chi di loro avrà la fortuna o il destino di tornare non sarà mai più come prima. Il fuoco che brucia è quello della paura. Senza paura eri spacciato. Era l’unico sentimento che ti faceva stringere alla vita, che ti faceva restare attaccato alla vita, malgrado tutto, malgrado le ali fossero spezzate.

Questo destino crudele dei ritornati accomunava tutti, qualsiasi fosse stata la prospettiva da cui guardavi la terra di nessuno.

Torno a pensare al volo, a Icaro, alla sua storia, alla nostra e alla mia inesauribile necessità di libertà. E sulle ali di questo pensiero che a poco a poco si fa leggero arrivo sulla cima del Col di Lana.

E con essa arrivano i raggi del Sole. Caldi e colorati. Che tutto accendono. Il fuoco è necessario, alla giusta distanza.

Mi si scaldano le mani, il cuore e i pensieri e mi rassereno. La via è quella giusta, prima non ne ero consapevole ma ora so perché malgrado tutto continuavamo a mettere un piede davanti all’altro. Abbiamo bisogno del fuoco a cui tendere. Della libertà. E di volare. Alti.

Amiamo la nostra libertà. Non permettiamo che nessuno ce la porti via. Essa è costata nei secoli tante battaglie e noi abbiamo il dovere di portarla e coltivarla nel cuore. E se necessario proteggerla perchè essa è sacra.



Io e C. ci guardiamo e finalmente ridiamo. E’ incredibile come ora sembri tutto così bello che sembra addirittura dipinto. I panorami fuori e dentro di noi si mescolano ed è incredibile.

In fondo vediamo le Pale del Gerda, il Settsass e tutte le cime che ho già scalato e accarezzato da vicino; e il Col di Lana sotto di noi pennellato di tutti i colori che la terra può offrire. E sì, in mezzo c’è anche il rosso.

Quel rosso, che oggi ricordiamo come rosso sangue, ma che in realtà è anche radici.

La montagna sembra trasudare fango dalle sue membra rocciose e riconosciamo alcuni punti che non possiamo scordare come Quota 2000.

Il sole come è arrivato così se ne va’ velocemente, senza avvertire. Come gli attimi di felicità. Abbiamo goduto, ma ora il momento delle riflessioni è finito: e’ ora di agire di nuovo.

Il cielo si richiude sopra di noi e la nebbia inizia nuovamente a inghiottirci. E’ ora di scendere verso il presente.

Arriviamo alla macchina e mi sento forte e rinvigorita.

Libertà. Io ti amo libertà.

Guardo C. e lo ringrazio. Sò che condivide con me questa necessità oltre alla bella salita.

Ed ora un bel bicchiere di vino rosso è quel che ci serve!



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Buon viaggio! e al prossimo articolo!

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