• Alessandra Bello

Marmolada – Punta Penia


Non ricordo più in quale libro l’ho letto ma ci sono alcune montagne che ti entrano dentro lentamente, piano piano. Non riesci ad esultare una volta arrivato in cima.. ma crescono lentamente dentro di te. Passo dopo passo dal momento in cui cominci ad allontanarti da Lei. Fino ad arrivare a scuotere ogni tua cellula come una valanga, come un terremoto. E ti ritrovi diverso, e la desideri ancora e ancora.


Già dal Pordoi, vedendola così bella e così vicina, la Marmolada ci interrogava: quando?

Il pensiero di lei si era insinuato e una volta in cima la RaGusela vedendola ancora così bella e possibile non abbiamo più potuto resistere al richiamo.

Così è deciso: oggi andiamo da Lei. La Regina. La Marmolada.

La nostra intenzione è salire la ovest per la ferrata dello spallone e puntare dritto a punta Penia: 3343m di storia, bellezza, vastità e assoluta maestosità.

Non c’è nientre di più appassionante che inseguire un sogno, un idea e arrivare lassù per vedere cosa ha da raccontarci, e se ha voglia di farlo, la Regina.


Partiti. Rifugio Pian dei Fiacconi. Siamo nei tempi.

Passo spedito e via. La giornata sarà lunga. Il mio cuore batte più forte qui, credo sia l’emozione. Mi fermo spesso a fare foto. E altrettanto spesso non riesco a fotografare ciò che vorrei. Il cuore è più forte degli occhi.

Ci dirigiamo verso l’attacco della via. Camminiamo su pietraie e ghiaioni. Il ghiaccio è celato. C’è ma non si vede. Alcuni crepacci si mimetizzano nei sassi come i pezzi di storia che troviamo nel nostro incedere.

Tutto tace. In lontananza alcune persone stanno scendendo verso il più sicuro rifugio. A noi sembrano delle piccole macchioline nere in movimento. Tutto è gigantesco qui, sia i pieni che i vuoti sopra e sotto di noi.

Lasciamo il ghiaccio per salire sulla roccia bagnata. Alcuni tratti si fanno verticali e grazie alle staffe riusciamo a salire velocemente.

Vediamo ingressi di cunicoli neri che portano nel cuore della montagna e che erano collegati al cielo e alla terra grazie al ghiaccio. Ora il ghiaccio, quel ghiaccio con la sua parte di storia, non c’è più ma restano questi frammenti, queste parole di un testo che decifriamo a fatica ma che intuiamo nella sua crudezza.

Continuiamo a salire verso la cima. Intorno a noi tutto ci parla, ma non sentiamo altro che il nostro respiro che mano a mano che saliamo cambia il suo ritmo.

Siamo in cresta. Ed eccoli apparire laggiù, i Monzoni. Molte cime le riconosciamo altre saranno prossime mete. Ed ora da qui intravediamo la cima.



Non sento quell’emozione che credevo mi avrebbe assalito arrivando qui. L’aria è tersa e la sua freschezza la fa sembrare più ossigenata di quanto non sia.

Mangiamo qualcosa velocemente e ci prepariamo a scendere. Qui c’è il sole ma laggiù in fondo il cielo si è fatto nero. Non c’è tempo da perdere.

Salutiamo Carlo che ci ha accolto con calore e iniziamo a scendere. Io mi fermo parecchie volte a fotografare e Gian mi incita parecchie volte a muovermi!

Ci leghiamo in conserva, ramponi e via di nuovo sul ghiaccio.

Qui la Marmolada parla di più, racconta con più calma la sua storia. Tracce del recente passato escono silenziose dal ghiaccio. La Marmolada restituisce all’uomo ciò che l’uomo ha portato qui, non le appartengono le nostre schermaglie.

Il ghiaccio parla la sua lingua estiva ma sembra essere anche sofferente. I crepacci si fanno riconoscere, ma non per questo sono meno pericolosi. Dopo aver superato facilmente alcuni di loro decidiamo di deviare la nostra discesa: allungheremo il nostro rientro ma sotto di noi larghe fessure ingorde ci avvertono che di là non si passa.



La Marmolada racconta e piano piano sento crescere dentro l’emozione.

Il sudore mi arriva negli occhi e si mescola ad alcune timide lacrime e il vento che sta diventando sempre più minaccioso.

E’ diventata una corsa contro il tempo. La voce suadente della Marmolada lascia il posto al fischio del vento nervoso. Lei ci esorta, “presto! Al Rifugio!” Abbandoniamo il ghiaccio per ritrovare la roccia. Corriamo giù verso il Rifugio che si fa sempre più vicino.

Il vento sorride sempre di più e la Lei invece ci tranquillizza: il rifugio è laggiù, pochi passi e saremo al sicuro.

Inizia la pioggia che lava dal mio viso il sale.


Gian spalanca la porta del rifugio e nel mentre che entriamo inizia la bufera con tutta la violenza che può conoscere su queste cime. Tuoni, lampi, e acqua a fiumi. Un ragazzo che lavora qui al Pian dei Fiacconi ci sorride: “appena in tempo eh! Meno male perché essere là fuori ora non lo augurerei nemmeno al mio peggior nemico!”

Noi sorridiamo stanchi e felici ci sentiamo amati da questa montagna che ci ha lasciato il tempo di arrivare fino qui. Ci ha parlato e raccontato tutto il tempo. Ed ora che siamo fermi qualcosa inizia a muoversi dentro di noi.

Un sogno, dicono, si vive tre volte: quando lo desideri, quando lo vivi e quando lo ricordi. Ed è grazie all’emozione che scriviamo questa storia.

La tempesta si placa e la Marmolada ci assicura che ora si può scendere nuovamente sotto le ultime luci del giorno. La salutiamo e la ringraziamo. Abbiamo ancora molto da vedere e imparare qui e già non vediamo l’ora di tornare.



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Se volete i dettagli tecnici della salita qui trovate la relazione. Buon viaggio! e al prossimo articolo!

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