• Alessandra Bello

Montasio. Via Findenegg


Scrivere questo articolo non è stato facile. Sono passati quasi tre mesi da quel sabato. Quel sabato dove il Monte Bianco decideva di tenere con sé Gianni.

Le ultime parole che gli scrissi mi vedevano ai piedi di questa montagna pronta a tornare e a raccontargli le impressioni prima di metterle nero su bianco. Da quell’ultimo breve scambio di messaggi fra amici non ebbi più modo di esprimere questa salita, rimanendo bloccata nella memoria fino ad oggi.

Sono passati quasi tre mesi da quel sabato e ho trovato le parole. Questo articolo è dedicato a te.


L’altopiano del Montasio ci accoglie all’imbrunire. L’aria è fredda e pungente malgrado il calendario segni 19 agosto. Le nuvole come al solito si chiudono attorno alla grande montagna celandola alla nostra vista.

Io e C. ci accampiamo ai suoi piedi, mangiamo qualcosa e prepariamo il materiale con quell’agitazione irriverente che si prova la sera prima di ogni salita.

La sveglia non ha nemmeno il tempo di suonare che già siamo sul sentiero verso il rifugio Di Brazzà. Dopo un caffè di moka preparato apposta per noi ci dirigiamo verso la montagna tanto amata da Kugy. Seguiamo il sentiero fiduciosi: le nuvole non smettono di accalcarsi contro la roccia: ma sappiamo che la montagna invisibile attende furtiva il giorno protetta dalla sua corte umida.

Avanziamo veloci fino alla forcella; i prati e gli arbusti tipici delle Giulie lasciano il passo alle rocce e ai ghiaioni e gli stambecchi ci osservano salire nel loro regno.

Ci dirigiamo verso sinistra dove ci aspetta la grande cengia della parete nord che si affaccia per oltre 800 m sulla crepadorie e ci chiediamo se il Montasio deciderà che è un buon giorno per farsi toccare dalla luce.


Avanziamo con cautela ma con passo sicuro. Qui è tutto sospeso tranne il respiro. Le rocce si alternano da ferme a mobili e viceversa: il carattere del Montasio è volitivo, altalenante, lunatico e l’unico modo di avanzare è assecondarlo.

Arriviamo ai piedi del canalone Findenegg che ci porterà fino in cima. Dietro di noi un'altra coppia di alpinisti si avvicina e decidiamo di fare squadra. Iniziamo ad arrampicare seguendo l’intuitiva linea degli appigli sicuri. Il respiro si allinea con le mani e con i piedi e trova il suo naturale ritmo di ascensione. Ogni tanto la coltre di nuvole dispettose ci permette di intravedere qualche squarcio di azzurro e d’argento e il vuoto sotto di noi smette di essere solo un idea.

Siamo sul Montasio. Siamo nel Montasio. Siamo in mezzo al suo respiro.

Siamo dentro al Montasio. Esso ci ha accolto e ci stiamo muovendo dentro i suoi polmoni umidi.

Sopra di noi intravediamo la cresta finale. Dietro di noi la parete si allunga vertiginosa verso il baratro e il paesaggio si apre e si chiude alla nostra vista.

La cresta ci accoglie e per un attimo le nuvole lasciano fluire lo sguardo nel mondo intorno. E’ raro che il Montasio si mostri liberandosi di loro: esse fanno parte della sua essenza.

Il Montasio è sempre vestito ed è questa vita simbiotica fra roccia e nebbia che crea la sua magia. Arriviamo in vetta e distinguiamo appena la croce immersa nelle nuvole; salutiamo i nostri compagni fortuiti: noi decidiamo di attendere il favore di uno squarcio.



Mentre mangio qualcosa, guardando il bianco della nebbia che si mescola a quello delle rocce, penso che il Montasio è una montagna straordinaria. Esso è fatto di due sostanze, roccia e nebbia, che sono l’uno l’opposto dell’altra ma si attraggono continuamente e parlano lingue antiche che si perdono nelle sue banche e nelle sue cenge: il Montasio è sempre invisibile ma sempre vigile.

Salire attraverso il suo respiro mi ha rinvigorito ed emozionato: è la montagna amata da mia madre e percorrerla mi ha fatto ritrovare una visione diversa della mia storia. Il dono della Montagna Invisibile è che scali dentro te attraverso il suo alito.


Il tempo passa, la nebbia si chiude sempre più. Io e C. ci guardiamo e decidiamo di avviarci verso la scala Pipan, la nostra discesa. Oggi il Montasio è capriccioso e non si aprirà ai rassicuranti raggi solari.

Incontriamo vecchi ricoveri silenti da tempo inceneriti dai fulmini. È pazzesco pensare che si appostassero in luoghi così impervi ad attendere che la storia si compiesse.

Ma ecco! Il cielo si apre sopra di noi; il Montasio si mostra in tutto il suo estro mutevole: finalmente vediamo con lucida nitidezza il passato e la nostra via di salita. Io e C. ci guardiamo alziamo le braccia e ci scappa da ridere.

Dal cristallino mondo delle rocce ci spingiamo giù verso il mondo degli stambecchi. Il pomeriggio è fatto che siamo di nuovo al rifugio dove incontro i suoni di casa: parole e accenti risvegliano in me profumi e calore.

Guardo C. “beviamo un bel bicchiere di rosso… di quello friulano buono! Alla Montagna che abbiamo scalato ma che non abbiamo visto!”.

Ed è così che brindiamo al Montasio, alla sua invisibilità, alla sua forza e alla sua imprevedibilità.

Esso non si è mostrato ma ci ha fatto sentire il suo respiro e lo ha mescolato al nostro.


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Se volete i dettagli tecnici della salita qui trovate la relazione. Buon viaggio! e al prossimo articolo!

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