• Alessandra Bello

Monte Lefre


Mi ritrovo a scrivere questo articolo con il cuore colmo di emozioni. Sono tanti mesi, quasi un anno, che non scrivo più e ritrovarmi di nuovo qui con una storia da raccontare mi fa capire che forse il peggio è passato.

Da qualche parte ho letto che la vita ti mette sottosopra per farti vedere le cose nel modo giusto; Io non so se ora vedo le cose nel modo giusto ma di sicuro le vedo diversamente.

L’ultimo anno della seconda decade di questo strano millennio mi sono allenata tanto ma ho anche ricevuto delle belle battute d’arresto. La montagna purtroppo mi ha visto poco, ma quel poco vi prometto che lo recuperiamo presto!


Con queste premesse, volevo cominciare il 2020 col piede giusto… e ritornare a calpestare terreno ghiacciato, ma avendo una partner in crime d’eccezione ho optato per una giro decisamente poco impegnativo ma ugualmente panoramico!


Ed è così che partiamo di buon mattino alla volta del Monte Lefre! La giornata è spettacolare: il cielo blu cobalto e la luce di un giallo acceso ci mettono di buon umore.

Lo zaino questa volta non contiene attrezzature specifiche ma Eva, che continua a girarsi da tutte le parti piena di meraviglia e con la gote arrossate dall’ossigeno pungente.

Lo sperone che iniziamo a perlustrare è una rupe prominente sulla Valsugana e la domina incontrastata dall’alto e proprio per questa sua caratteristica inizialmente il monte Lefre era un osservatorio che dopo la Strafexpedition venne riattata a caposaldo di prima linea.


Il percorso si snoda in un bosco da favola. La bassa quota raggiunta dalla cima permette a questi luoghi di vivere di colori autunnali anche in pieno inverno e si trovano, molto evidenti, tracce del nostro passato ovunque: fortificazioni e gallerie crivellano questa parte di monte e dialogano continuamente con lo strapiombo sul Brenta raccontandoci così la vocazione strategica di questa grande lingua di roccia.



Il bosco ci culla e le gallerie ci chiamano per farci vedere i loro incredibili punti di vista. Vita quotidiana e appostamenti convivono su questo monte. Prima linea e retrovie si intersecano e ci mostrano a 360 gradi come poteva essere la vita qui.

Arrivate in cima allo sperone la vista è mozzafiato: Cima Dodici, Ortigara, tutto il Lagorai Occidentale e il Gruppo di Rava ci abbracciano con la loro cortina bianca che luccica sotto i raggi di questo sole di Gennaio e sotto di noi si apre una delle più belle viste di questa frazione di Brenta.


Tutto è fermo, l’aria è frizzante e in questo momento non ci arrivano i suoni della vita laggiù. Tutto è piccolo e appare come un incredibile disegno dove perdersi nei dettagli. Per un attimo sono là, assisto ad uno dei consigli degli alti comandi che studiavano e coordinavano le azioni belliche su questa parte di conflitto e che presero il nome di “Tradimento di Carzano”.


Mangiamo qualcosa velocemente e ci intrufoliamo in qualche galleria ancora prima di rientrare: il solstizio d’inverno è appena passato e viene buio ancora molto presto.

Una volta alla macchina sono felice. Finalmente un piccolo passo verso la mia vita di sempre, in mezzo alle montagne che tanto amo e alla scoperta. Accendo l’auto e ripartiamo alla volta di casa con la ferma convinzione che le mie montagne presto mi rivedranno di nuovo.

Questi pensieri scivolano via veloci insieme ai chilometri, sotto il ritmo incessante del dormire di Eva.




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Buon viaggio! e al prossimo articolo!

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