• Alessandra Bello

Pale del Gerda



Prima vera uscita dopo che l’uragano ci ha colpito duramente, dopo che Eva si è raffreddata e nel bel mezzo di un periodo lavorativo che ci sta spremendo anche le ultime gocce di energie rimaste.

Abbiamo bisogno di leggerezza e di bellezza. E le dolomiti ampezzane sono una certezza.

Avevo in testa un giro da un po’ di mesi: niente di particolarmente tecnico a dire il vero, semplicemente avevo voglia di seguire quella linea ideale che lega, camminando in cresta, le pale del Gerda e arriva fino al Setsass.


Giornata molto fredda. Oggi il sole non lo vedremo se non qualche timido raggio molto più tardi che riuscirà a bucare questo cielo grigio compatto.

Partiamo con il nevischio ventato che ci graffia il viso. Sembra di camminare nel regno ovattato delle Regine delle Nevi dove nessun suono è permesso.

Ci accompagna solamente il suono del vento ritmato dal nostro respiro e i passi che scricchiolano sulla neve ghiacciata.

Mano a mano che procediamo il sentiero sparisce nella neve ma seguiamo facilmente la via sulle creste del Gerda. Qui e là qualche postazione sbuca silenziosa continuando ad avvistare ogni movimento percepibile anche ora dopo cento anni, nell’immobilità del freddo.

Su queste timide creste all’interno di questi rifugi più o meno di fortuna si parlava a momenti italiano a momenti austriaco. E oggi come allora, le regine delle nevi ci osservano dall’alto mentre avanziamo braccati dal freddo e dalla nebbia.

Non posso fare a meno di pensare quanto freddo. Quel freddo che, senza il sole, diventa l’unico pensiero plausibile. Quel freddo che ti ghiaccia perfino i pensieri. Che ghiaccia perfino la paura.

Il cielo continua a sembrare di marmo.

Malgrado i nostri tessuti tecnici il freddo penetra, ma continuiamo ad avanzare: non riusciremo ad arrivare al Setsass ma le pale le vogliamo fare tutte.

Solo dopo scopriremo che quel freddo senza sconti era un semplice -8 sulla colonnina di mercurio, ma con l’aiuto del vento quel -8 sembra davvero portarti via il soffio vitale.



Avanziamo e ci fermiamo a bere il tè caldo, foto e via si riparte di nuovo. Ci fermiamo parecchie volte per riuscire a fotografare l’incanto di questo viaggio nel tempo.

Intorno alle 14 finalmente il cielo magnanimo si lascia penetrare da qualche raggio che sentiamo subito sulla pelle del viso come un piacevole calore. Una cosa così banale diventa meravigliosa e iniziamo ad avanzare più baldanzosi.

Siamo sulla via del ritorno, il sentiero non c’è coperto non solo dalla neve ma anche dagli abeti crollati sotto la furia dell’uragano del 29 ottobre. Così ci sembra davvero di camminare in quella terra di nessuno che cento anni fa identificava questi luoghi.

Scavalchiamo tronchi, affondiamo nella neve, saliamo e scendiamo su e giù per i pendii della storia.


Quando arriviamo al rifugio di Valparola è quasi buio, siamo completamente congelati dal vento che inarrestabile ha soffiato tutto il giorno.

Anche il mercurio sembra rifiutarsi di scendere ancora sulla colonnina.

Entriamo al caldo, pensando al te caldo e alla torta Linzer che ci aspettano dentro. Al contatto con l’aria calda le mani e le guance bruciano e si accendono come tizzoni. Ridiamo e piangiamo!

Questo viaggiare nello spazio e nel tempo ci ha rincuorato e già iniziamo a studiare come organizzarci con Eva per riuscire ad arrivare prima qui e fare un giro che dopo oggi ci stuzzica ancor di più il cuore e le gambe.



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Buon viaggio! e al prossimo articolo!

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