• Alessandra Bello

Torre di Toblin



Rileggendo la prima stesura di questo articolo mi sono accorta che avevo usato la parola veloce/velocemente davvero troppe volte. Mi sono interrogata su questo fatto e ho capito che quel giorno ero davvero emozionata all’idea di essere di nuovo sulle montagne dopo tanto tempo. Ogni parte di me desiderava arrivare, arrivare il prima possibile, e nella mia memoria questa necessità è rimasta notevolmente impressa.

Le parole sono importanti e la nostra realtà è formata da tutte le parole che riusciamo a usare per descriverla: più sono le parole e più riusciamo ad andare in profondità. Riscriverlo mi ha permesso di andare oltre alla necessità, andando a riscoprire anche le altre emozioni, di meraviglia, di forza e determinazione, di curiosità, di scoperta, di pace che sono, poi, la motivazione che mi spinge a continuare in questo progetto.

Ma ora, parliamo di montagna! Buona lettura!


“Ci sono dei luoghi iconici da cui abbiamo bisogno di ripartire, di cui abbiamo bisogno per ripartire.

E la torre di Toblin per me era una di queste.

Il suo nome è quasi leggendario dopo quei lunghi giorni fra il 1914 e il 1918, torre di osservazione dalla posizione strategica e decisiva: forse è proprio per questa sua natura di osservatorio che ho deciso di dirigermi lassù dopo tanta assenza dai sentieri.


La mattina di buon ora io e C. partiamo per andare verso le Tre Cime. E’ estate, il lockdown è alle spalle e per quanto sia un giorno feriale temo comunque nella ressa che il Rifugio Auronzo e tutto l’altipiano attirano.

La giornata è limpida e qui si sta bene. Partiamo. Le gambe corrono sui facili sentieri già pieni di allegre compagnie: sono ansiosa di arrivare ai piedi della Torre. A fianco a me immobili si stagliano le Tre Cime.

Le guardo da sotto: mi incantano. Le Tre Cime. Sono ai piedi di questi giganti e penso a Comici e a quello Spigolo che tanto ancora mi fa sognare… e sò che un giorno riuscirò a scalarlo.

E ripenso al Faro issato fino alla Cima Grande, e ripenso agli italiani e agli austriaci. E ripenso a Innerkofler, alpinista la cui vita sarà inesorabilmente legata alle rocce di queste montagne e alla storia della Grande Guerra.

Nel mentre di queste riflessioni guardo verso la Forcella e procedo con passo spedito.


Arriviamo alla forcella Lavaredo e la vedo di fronte a me.

La torre di Toblin. Così bella da lontano. E tutto intorno a lei il Paterno, le Tre Cime, la Torre dei Scarperi, il Sasso di Sesto, la Torre del Passaporto e tante altre ancora.

Come sembra piccola ma sfacciata di fronte alle sue sorelle maggiori.



Ci affrettiamo giù per il sentiero e arriviamo fino al rifugio Locatelli: l’aria sta cambiando. La sento. Si è fatta più fresca e dispettosa. Dobbiamo muoverci se non vogliamo avere sorprese al ritorno.


Saliamo ai piedi della torre e cerchiamo l’attacco della ferrata delle Scalette. Questa via di salita venne costruita già durante la guerra dagli austriaci per fortificare la cima e usarla come osservatorio.

Ripercorro i passi verticali, mi aggrappo alla roccia e dove non posso percorro le scale, sento l’aria frizzante entrare nei polmoni e le mani lavorare veloci per tenersi, per scattare, per procedere verso l’alto.

Tutto qui è sospeso, i rumori del rifugio non giungono più: siamo dall’altra parte. Di fronte a noi il grigio delle rocce e l’azzurro del cielo che si trasforma nel blu-grigiastro delle nubi.

L’aria non mentiva. Le nuvole nere si avvicinano.

Io scatto, mi fermo, riparto e velocemente, troppo velocemente arriviamo in cima.



Che gioia. Che panorama. Che silenzio.

Ora il Locatelli è di nuovo visibile.

Tutto è illuminato.

Tutto è chiaro da qui. Vedo piccole formichine tutte colorate muoversi attorno al rifugio. E vedo tutte le cime intorno a me che parlano la stessa lingua di sempre.

No. Non ci sono confini qui. Tutto è incredibilmente sospeso, senza tempo e illuminato. E la storia ci permette di ripercorrere le sue strade qui. Fra queste cime. Per capire, per riflettere, per cambiare.

Mi guardo intorno. Parlo ad ognuna delle cime che spero presto di salire.


L’aria si fa umida ora. Le nuvole si avvicinano sempre più minacciose. E’ ora di andare.

Ci buttiamo letteralmente giù per il più facile sentiero attrezzato del Cappellano Host, che ci riporta in breve verso il Sasso di Sesto e il rifugio Locatelli.

Il cielo si è fatto nero, ma io e C. siamo al sicuro al rifugio. Le Tre cime si trasformano nuovamente in rocce inaccessibili attraversate da dense lingue di drago.


Ho compiuto di nuovo il mio viaggio nel tempo. E dopo tanti mesi assaporo questo pensiero.

E’ qui che trovo motivazione e passione. La mia linfa per tornare al presente con più energia.

La pioggia bagna tutto. Mi sento lavare dentro i dubbi.

Intorno a me tutti guardano affascinati e parlano fra loro, ridono, bevono e mangiano qualcosa.

Io non sento niente. Ritorno al momento in cui tutto era illuminato, alla storia che ho ripercorso e ai miei dialoghi con le cime ancora inesplorate per me. Sono felice.

Ora attendo solo il nuovo vento per ritornare verso casa.”


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Se volete i dettagli tecnici della salita qui trovate la relazione. Buon viaggio! e al prossimo articolo!

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