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Confessione neo-primitiva. Post-fotografia e linguaggio.

  • Immagine del redattore: Alessandra Bello
    Alessandra Bello
  • 14 mar
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 15 mar

Dr. Robert Wood dietro ad uno specchio montato su una scrivania.
Andreas Feininger, Dr. Robert Wood dietro ad uno specchio montato su una scrivania, 1944.

L’altro giorno stavo leggendo un articolo molto interessante sul preoccupante fenomeno di regressione culturale che, ormai sotto agli occhi di tutti, sta caratterizzando non solo l’Italia ma il mondo intero. L’impoverimento del linguaggio, a tutti i livelli, sta, nemmeno troppo lentamente, portando ad un catastrofico neo-primitivismo che ha come conseguenza la perdita di strutture della nostra mente oltre che del nostro mondo.

L’apprendimento della conoscenza è passata da uno stadio lento (lettura, scrittura) ad uno stadio simultaneo (stimoli auditivi e visione non-alfabetica, iconica) ed ha come diretta conseguenza un impoverimento del ragionamento (insomma: addio logos).


Totalmente immersa nella mia lettura vengo sul più bello infastidita dal quasi impercettibile cadere di una goccia d’acqua: una notifica.

Prendo il telefono dalla tasca e rispondo velocemente per riprendere ancor più velocemente la mia lettura ed è lì, in quel momento, che accade. 

Vergogna inconfessabile.

Il correttore del telefono (o come diavolo si chiama, per me resterà sempre il T9. Punto.) mi corregge una parola ed io resto dubbiosa.

Il tempo si ferma, non sono certa.

Immobile guardo verso il soffitto, niente. 

Ok, la decisione è presa: vado in internet e controllo la grafia.

Ora, ciò che mi ha svegliata come una doccia fredda non era tanto l’aver torto o ragione (per la cronaca, avevo ragione) ma il fatto di non ricordare più esattamente la grafia di quella parola.

Cioè io non la ricordavo con certezza.

Per quel termine avevo perso la sicurezza della conoscenza.


Ripensando all’articolo che stavo leggendo poco prima, mi si apre immediatamente un panorama più ampio.

Esattamente come il linguaggio, la fotografia soffre dello stesso inarrestabile processo di impoverimento.

Non solo, la post-fotografia (se non sai di cosa parlo ho provato a spiegarlo qui) è complice di questa fine dei tempi, e lo è in maniera ATTIVA. Il fatto di utilizzare sempre più spesso post-foto per comunicare (ma anche emoji, gif, ecc.) non ci obbliga più a verbalizzare i concetti e disimpariamo a parlare, a leggere, a scrivere e di conseguenza anche ad astrarre e a pensare e contemporaneamente non siamo nemmeno più capaci di vedere. Sì, perché saper vedere, metaforizzare concetti in un'immagine, farci trasportare nello spazio dell’altrove (del sacro, direbbe Pasolini) è strettamente legato alle strutture linguistiche e poetiche della nostra mente.

Il nostro pensiero è linguaggio e più il nostro linguaggio è povero, più saranno poveri i nostri pensieri e limitati i nostri ragionamenti.


Sono fermamente convinta che se voglio fotografare, devo saper pensare, perché la fotografia è una forma di pensiero, e per saper pensare devo riuscire ad astrarre: per farlo ho bisogno del linguaggio.

Linguaggio e pensiero sono legati indissolubilmente e per coltivare la fotografia devo coltivare il mio linguaggio, salvaguardarlo dalla decadenza, dall’imbarbarimento, dalla fine della storia, dalla fine dei tempi.

Come diceva Carmelo Bene “non si fa Arte con l'Arte".

E in accordo con lui, non si fa fotografia con la fotografia, ovvero per fare Fotografia bisogna vedere, vivere, pensare, leggere, studiare, parlare, discutere di tutto il resto.


L’uso che si fa della post fotografia ci spinge verso l’assenza di verbalizzazione, l’assenza di astrazione, e l'assenza di tempo storico, in sintesi verso l’assenza di civiltà.

L’importante è saperlo. La decadenza è ormai un fatto certo.

La fine? Sembra certa e vicina ma ai posteri l’ardua sentenza.


Se sapranno scriverla.


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