La Venere degli stracci (post-fotografici).
- Alessandra Bello
- 12 feb
- Tempo di lettura: 2 min

Un pò di tempo fa ho bucato la gomma. Nel mio guidare verso il primo meccanico dei paraggi, lo pneumatico, ormai ridotto a un sacco vuoto, roteava rumorosamente attorno al cerchione che, nel frattempo, altrettanto rumorosamente ringraziava.
Un concerto.
La prima cosa che ho fatto scendendo sotto la pioggia battente (poteva non piovere?) è stata di fare una fotografia col telefono ed inviarla in tempo zero ad un amico per raccontargli l’accaduto.
Esatto. Ho mandato una foto.
Non una parola.
Non un'esclamazione.
Una foto.
Ma che valore ha quella fotografia? E’ una fotografia o è qualcos’altro?
Fontcuberta dice che “queste fotografie non sono ricordi da conservare ma messaggi da inviare e scambiare”.
Quella fotografia è informazione allo stato puro. Senza parole e senza -vera- volontà fotografica.
Solo significato, senza significante.
(Disclaimer per i più puntigliosi: è chiaramente una forzatura ma rende l’idea che voglio spiegare: Barthes non ne avrà a male. Potete stare sereni).
Questo modo di usare il mezzo fotografico digitale è diventato il simbolo dell’iper-modernità progressista che stiamo cavalcando a velocità sfrenata; Infatti i mezzi, sempre più tecnologici, che ci ritroviamo fra le mani, in tasca e nelle nostre borse sono continuamente migliorati per creare e condividere questo tipo di nuovo linguaggio.
No, quella che ho fatto l’altro giorno non è più fotografia ma post-fotografia.
Tutti noi conosciamo la Venere degli Stracci di Pistoletto dove il contrasto fra le proporzioni classiche e il caos, fra l’antichità e la modernità, fra l’atto intellettuale scelto e il consumismo è stridente.
A tal proposito il direttore della Fondazione Pistoletto, Paolo Naldini, aveva aggiunto che “La Venere degli Stracci è un simbolo dal 1967 del rapporto tra il pianeta e questa umanità stracciona e iper-consumista”.
Senza sbagliarmi troppo, credo che se Michelangelo Pistoletto avesse creato oggi una delle sue opere più conosciute, probabilmente al posto degli stracci avrebbe messo delle post-fotografie.
Siamo totalmente sommersi da un quantitativo inimmaginabile di immagini vuote, digitali e irreali che non vogliono essere un ricordo: gli basta sopravvivere il tempo di una scrollata per poi finire nel buio dell’oblio inosservato e ignorato della rete.
La post-fotografia nasce già dimenticata.
Non ha più valenza storica. Non ha né passato né futuro, tutto è fuso nello stesso medesimo tempo. Il futuro (dell’oblio) è il suo eterno presente.
Perchè voglio parlare di questo?
Perchè credo sia importante imparare a discernere fra fotografia e post-fotografia; bisogna vedere meno e re-imparare a farlo.
Solo con questa consapevolezza, in me e in chi la fruisce, il mio lavoro e la figura del fotografo avranno qualche chance di sopravvivenza.
Forse.



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